Assenza, nascita , conoscenza e melodramma 

28 Febbraio 2012 Lascia il tuo commento

 

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Ascoltavo il canto esasperante e ipnotico di Olimpia (Natalie Dessay) nella opera lirica “Il conte di Hoffmann”, in specie “Les Oiseaux Dans La Charmille”.

Adesso a chi lo dico quello che nasce dopo la caffeina? Milligrammi dispersi nella massa fisica di gambe, braccia, e cuore, piedi, viso, capelli, dita sensibili. Sotto il sole. Al bar. Ti penso. Vi penso. Mancate. E’ non cosciente il pensiero che mancate. Non c’è mai, che mancate, come una cosa della mente. Ci sono dita, piedi, visioni della campagna che rinasce spunta e fa agguati dal basso perché profuma. Non c’è nel pensiero la figura della vostra assenza. E’ tutta una fantasia di altro anche il pensare dopo la vostra partenza. E’ tutto un dolce ‘non sembrare’. Tutto restare qua essendo belli, attenti, precisi e appassionati. E’ stare al sole, nei campi e sul mare, e nelle strade (qui è tutto così vicino e concentrato). Tutto un sacrificare alla vita. Questa religione erotica che disegna le ginocchia per restare saldi qua. Non c’è nella mente il pensiero cosciente che non ci siete da mesi. C’è l’aria intorno. La libertà c’è come sempre dopo gli abbracci di addio: la libertà dopo gli addii c’é come aria. L’aria dopo la separazione mi ha avvolto, e l’idea della nascita umana, quando lo stimolo della luce sulla retina consente di chiudere gli occhi e di fare il buio senza fare il nulla, ora mi permette di evitare la confusione. E essere certo che questa assenza che diventa aria e non ha forma di pensiero cosciente non è disamore ed assomiglia di più ad una identità delicata e distratta.

“Ciao, stai bene, sii felice fosse possibile, non stare a pensare a me, sappiamo quanto è importante il modo di mettere un piede davanti all’altro per il mondo, non distrarti alla vetrina della nostalgia, io farò la stessa cosa, prenderò il caffè alla stessa tua ora del giorno, per stare comodo proprio sulla mancanza di te, come fosse una seggiola in vimini bruni e grigi, nella piazza sui pavimenti di pietra grigia e bruna, e saremo riflessi di colori alternati, lo spettro ognuno della materia della luce e del pensiero dell’altro, nei luoghi così simili tra di loro, ma senza che dalla fisica delle piazze -nelle quali ci troveremo- e senza che dalla natura del colore delle pareti delle case delle tue amanti e dei miei fedeli amici, si possa minimamente desumere niente delle immagini pensate, abbracciami ancora: ciao!”

Studiamo il nero con passione. Studiamo per raggiungere la passione per l’indifferenza, che è necessaria a tollerare le offese, fino a che non si riconosce la donna più bella di tutte per andarci insieme in queste campagne tra il mare e la città e nelle campagne del cuore d’Europa che è tutto un fiorire di eliche che una volta sarebbero parse il sogno di in pazzo. Come dire che la distanza è un elica nel buio, l’immagine dell’assenza nell’oscurità della sostanza cerebrale al centro delle nostre teste. Un’elica incardinata al terreno, che non vola. Come dire che il pensiero che non ci siete non è coscienza. Che però quel pensiero ci trasforma in eliche di un aeroplano tenute da blocchi di cemento bianco, che fanno girare vorticosamente i sogni e le parole. Che noi, per amore di un amore che non è più qui, facciamo volare il cielo avvitandolo nelle spire dell’elica per spingerlo via dietro di noi. Che noi, con la vostra assenza, ci costruiamo il vento e il nero. Ci facciamo la sapienza che l’assenza non è il vuoto e che il nero non è il nulla. Che l’assenza è un modo vigoroso di definire il pensiero della vostra libertà, e il nero è intelligenza dell’idea che la nostra potente solitudine è uguale alla distanza dal vostro viso così convincente.

“Tutto questo camminare nella città, e viaggiare tra le grandi monumentali piazze, e tutto questo frequentare i porti sui fiumi, e le terrazze al mare del nord mi rende felice e ci rende innamorati, e ci fa riconoscenti verso la nostra storia, e vi lascia liberi di distrarvi dall’amore per noi, di distrarci dall’amore tra noi.” (così scrivete)

L’aria dopo la separazione mi ha avvolto e l’idea della nascita umana, quando lo stimolo della luce sulla retina consente di chiudere gli occhi e di fare il buio senza fare il nulla, mi permette di evitare la confusione e l’angoscia. Nella mente c’è la coscienza che si attraversa l’aria nelle campagne da casa al mare. Nella coscienza il mondo luminoso dell’onda elettromagnetica. La vostra assenza è nella mente in modo differente che non è coscienza. Allora la strada dal mare a casa e ritorno, in mezzo ai campi, così esattamente percepita e narrata, diventa dita, volti, possenti corporature, e esili fianchi all’aria. Non deve essere la caffeina, penso. Deve essere che la vostra assenza, di cui non c’é mai la coscienza, trasforma il pensiero delle cose coscienti, cioè la percezione del mondo di questa natura tanto decantata di mare e campagne di grano e girasoli, in qualcos’altro. Che non ci siete, che non è coscienza, è il retroterra, l’immagine su cui incidono le cose percepite, e le cose percepite fondendosi all’idea non cosciente dalla vostra assenza fa una alterazione del mondo e una creazione dei pensieri corrispondenti alle cose viste in altro che non c’è mai stato. Che il nero di Caravaggio è l’aria dopo gli abbracci, il niente che circonda il corpo che è improvvisamente così impegnativo dopo le separazioni. Un non aver nulla addosso che rafforza: il soggetto non è tanto in chi percepisce l’oggetto, ma anche e soprattutto in chi immagina quanto non è percepito nella realtà esterna.

Quando eravate qua, la percezione dei vostri volti innamorati e dei vostri movimenti accorti tutto intorno, illuminava il nero e noi non eravamo che oggetti: sottoposti alla forza della registrazione della vostra presenza evidente. Voi eravate imponenti macchine di attenzione. Si può restare molto tempo oggetti del mondo amato. Per quasi tutto il tempo della nostra storia d’amore si può aver rimossa la nascita. Con sguardi profondi come gli occhi di Picasso sulle colombe e sull’argilla i nostri sguardi possono essere rimasti molto a lungo schiavi di forme suggerite dalla materia inerte e colorata. Credere di vivere d’amore nella strada tra il mare e la città può essere stato un gradevole destino. Gradevole andare e tornare, senza chiedersi nulla. Inventare una vita pensando che non ci manca niente. L’assenza non è un pensiero cosciente. Ci sono le cose. Ed altre cose ancora, differenti via via le une dalle altre. Quando ci sono tutte queste cose si può essere ‘geni’ del bene. Abitare lampade. Restare rinchiusi dentro vetri polverosi.
Poi siete partiti. Sono passati mesi. Io continuavo la ricerca sulla scoperta della nascita. Cercavo di chiarirmi a cosa potesse servire quella serie di pensieri in relazione trasversale, obliqua, verticale, intrecciata. Che poi tornava sempre nei riflessi di uno sguardo di un’altro, quando devi capire la pazzia e l’irrealtà. Pensavo all’enormità del materiale da studiare, rivedere, riproporre, citare, approfondire. Come niente fosse, come voi foste sempre qua. Non c’è mai stato un pensiero cosciente, che legasse le giornate di studio e lavoro con la vostra assenza. Con la distanza che avete posto: che è un muiltiplo grande della distanza tra la casa e il mare. Che è difficile da colmare rapidamente.

Poi ho pensato che alla nascita il mondo esterno con la luce fredda e priva di alcuna forma non è una percezione di un soggetto assente nella sua neutralità di essere biologia indifferenziata. Ho capito che la teoria dice una cosa diversa: che per una volta la luce, il mondo esterno, è solo uno stimolo. cui segue una attivazione. Che è pensiero cioè da subito capacità di immaginare qualcosa di diverso da quanto viene percepito. Prima c’è il soggetto. Chiudere gli occhi non è il nulla. Stamani bevevo il mio caffè. E il caffè è diventato pensiero cosciente della vostra assenza. E l’io ha fatto la scrittura. L’assenza non ha generato la pazzia. Me ne stavo là fresco come un fiore in uno dei vostri maglioni che avete abbandonato nell’armadio e che indosso per romanticheria criticabile e melodrammatica. Riflettevo che il non cosciente -riferito ad oggetti spariti- era l’assenza vostra. L’assenza come oggetto del pensiero non cosciente. La (teoria della) nascita permette di pensare che alla nascita il mondo esterno della natura (la luce) non fa che attivare sostanza cerebrale. Dunque non c’é la percezione ma lo stimolo. Il bambino neonato diventa soggetto. Si dice che accade perché egli ha una vitalità.
Stamani era quello che capitava: la vitalità aveva tenuta non cosciente l’idea di una assenza senza causare lo splitting nel pensiero. Poi l’assenza era tornata come immagine di voi che la scrittura trasformava in qualcosa d’altro, esattamente nell’idea corrispondente alla parola che si scrive conoscenza.


messico e nuvole (*): perché “…mentre che la mente elabora figure di cose sconosciute la penna del poeta le mette giù in forme e dà a quel nulla d’aria una dimora fisica e un nome
Fu cosi che la percezione tollerando l’inganno della luce ebbe in cambio la conoscenza in forma di bellezza

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