all’aria del cielo e del sole

15 Aprile 2011 Lascia il tuo commento

all’aria del cielo e del sole

La sirena, che non ha mai parlato all’aria del cielo e del sole, che mi teneva costantemente per un piede al fondo – come fosse normale – è quella vitalità senza la quale non c’è una reale umanità, con la quale si sta trattenuti alla base come prigionieri e si respira, talvolta, ma non secondo il piacere bensì secondo la conoscenza, il sapere ciò che è necessario. Ho imparato a cercare forme di vita nelle figure. Per scegliere, tra metafore e realtà, le seconde. Le scoperte mediche lasciano il corpo allegro, si viene su dal buio, ci si scuote, si cammina ed è comunque giorno e musica e rottura delle armature, come una mano nei capelli, la spiaggia vellutata, gli occhi promettenti della donna appena conosciuta, o l’amore irragionevole e certo dei figli. Farsi da sé la ragione, al ritorno sui luoghi di sempre, a rinnovare gli accordi, a modulare le clausole inevitabili, pensando ai passi lunghi quando arriva il giorno dell’appuntamento, per sostenere te e me su un fazzoletto di terra, su un palmo di mano, sulla montagna brulla apice della testa di un’avaro. Girare il volto verso il muro bianco rovente, con la certezza che quel calore precede tutto, e che prima del pensiero – prima delle cose coscienti nella mente che chiamiamo ‘pensiero’ – c’è una sicurezza radiante, una carezza, un suono di passi, una voce che canta del tutto incomprensibile, come quel calore del muro quel giorno di sole.

Quel giorno di sole che è un ‘ricordo’ però non proprio un ‘oggetto’: semmai una delle azioni possibili della mia vita psichica che adesso ad un tratto finalmente si genera e somiglia più che altro a gambe docilmente intrecciate e ad altre cose che hanno in comune la potenzialità di accadere per cui certe volte eccole là inattese però riconoscibili. Così eccomi al cospetto di infinite cose da dire che non sono oggetti pensati ‘prima’ e dire l’idea che ‘ …le cose da dire sono azioni sonore e gesti espliciti della recitazione dei tempi umani successivamente ricondotti alle linee guida delle maree…’ Mentre scrivo di variazioni di un impasto di materia cosmica, di mondi stellari fuori di me, e di trasmigrazioni continue e continui nomadismi delle funzioni  della galassia cerebrale, non c’è nessuna confusione tra esterno ed interno poiché l’io narrante reclama continuamente la luce, l’inchiostro, il bianco della carta, e lo spazio vuoto esterno dove gettare i fogli mal riusciti come giocattoli rotti. Se anche, per la distrazione dalla realtà attuale circostante, dovessi escludere l’attenzione ad ogni rumore esterno, il soggetto resta così tanto e così assolutamente inopportuno da poter essere esclusa la sua caduta in un qualsiasi calcolo finalistico.

La sanità del pensiero non coincide con il piacere proprio della soddisfazione dei bisogni.


venerdi 15 aprile 2011
alla mia tavola un angelo

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